Posti in piedi a Fabbrica Europa 98 per assistere all'ultima invenzione coreografica di Frederic Flamand, moving Target.
Flamand voleva parlare del corpo e del pensiero e c'è riuscito. Ha individuato uno spazio, un palcoscenico, e ha parlato del tempo. Moving Target è, per molti aspetti, una coreografia che rischia di sfuggire allo spettatore, proteso nello sforzo di condensare il continuo frangersi dei diversi punti di vista che gli vengono offerti.
E' inutile cercare di leggere quei corpi, cercare un segno marcato, una cifra stilistica; quello che viene raccontato in un leggero ma continuo fluire è il caos la delocalizzazione dei "bersagli", il moltiplicarsi dei punti di fuga. Dall'ironia dei ballerini schiavi tecnologicizzati di una sbarra luminosa alla solitudine beckettiana del danzatore immerso in frasi a caratteri cubitali che vengono proiettate sul palco.
Così il corpo si trasforma e diviene tentativo di uscire da una forma per ricadere in un'altra e i danzatori, liberati dalla gravità attraverso l'artificio di un palcoscenico che si rispecchia su se stesso, conquistano tutta l'altezza dello spazio scenico.
Il questo vortice, al pubblico (come richiede l'usanza televisiva) viene offerto il sollievo di svariati break pubblicitari gentilmente offerti dalla ditta Normal, nei quali, una conturbante voce anglosassone invita all'uso dell'ultimo ritrovato chimico per raggiungere la tanto sospirata normalità.
Ma Moving Target continua nel suo essere evanescente, si potrebbe dire doppio, se non rischiassimo di complicare ulteriormente il tutto. Il soffitto ruota su se stesso e come per magia i corpi dei danzatori, visibili sul palco divengono altro da sé e la crudeltà dell'occhio umano finisce per schiacciare quei corpi e trasformarli in riflessi che solo l'ironia del coreografo riumanizza con dolcezza.
Un taglio di luce sul palco/specchio, un danzatore inizia a correre, ma si potrebbe dire scivolare, su lunghe e immateriche frasi, un novello Apollo che rincorre la creatura amata in un susseguirsi di frasi di improbabile origine greca del tipo "I want to be in you. I want fuck you".
Una ragnatela di spinte e contro spinte, un moto perpetuo, è il risultato di questa coreografia che è già, di per se, riduttivo definire multimediale. In realtà Flamand è riuscito nel breve spazio/tempo di un ora e quarto a ricreare un universo di luci (sempre efficaci e discrete), musiche (equilibratissime nel loro alternarsi dal genere classico alla più prepotente tecno) e immagini, mai ostentate, nella ricerca di una risposta entropica ai quesiti dell'uomo di oggi.
Forse la risposta più intensa è in una delle immagini più belle di tutto lo spettacolo in cui una sirena/mare dall'amplissimo e ondeggiante costume sembra accogliere in sé uno sparuto/sperduto uomo.
Rimane da indicare, non senza rammarico, la qualità non sempre eccellente dei danzatori, troppo spesso esecutori non all'altezza della macchina coreografica.
Moving Target si pone dunque come una sorta di spettacolo-simbolo del progetto proposto per questa edizione da Fabbrica Europa, ben rappresentando la ricerca di contaminazione tra le diverse discipline artistiche e il rapporto del corpo con le nuove tecnologie. Riuscitissimo poi l'inserimento dello spettacolo nelle architetture indiscutibilmente affascinanti della ex stazione Leopolda, un ulteriore palcoscenico che accoglie, con accresciuta e inconsapevole suggestione, riverberi di luce e le ombre deformate dei danzatori, divenendo anch'esso parte del gioco, nuovamente specchio capace di dissolvere i confini del palco.
Voto
8
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