Scritta nel 1677 chiude lo splendido decennio creativo iniziato con " Andromaque ". È la storia, ripresa da Euripide , dell'amore incestuoso di Fedra per Ippolito, figlio di primo letto di suo marito Teseo, re di Atene. Si intreccia a questo l'amore parallelo di Ippolito per Aricia, ultima superstite della stirpe dei Pallantidi, tenuta in schiavitù da Teseo. La presunta morte di Teseo spingerà Fedra a confessare il suo amore a Ippolito. Il ritorno di Teseo accelererà il consumarsi della tragedia. Egli accuserà infatti Ippolito, sotto errato consiglio di Enone, di aver amato Fedra . Ippolito, nella sua fierezza e nobiltà, manterrà il segreto a discapito della sua vita. Fedra, tormentata dalla colpa di un desiderio innaturale e mostruoso, si ucciderà con il veleno, confessando, in punto di morte, il proprio torto a Teseo . A differenza dell'archetipo euripideo, Jean Baptiste Racine decide di sottrarre a Fedra la volontà di accusare Ippolito di una sua colpa: dipinge cioè un personaggio all'apparenza immune da qualsiasi giudizio arbitrario.
Quel che stupisce ad una prima lettura è l'assenza di una colpa, o di un colpevole che muova la tragedia. La natura dell'amore di Fedra è si incestuosa, ma anche assoluta e definitiva ("D'un amore inguaribile impotenti rimedi" dice nella prima confessione del suo amore a Enone,I iii), non lascia cioè alla protagonista alcun altra possibilità se non "Dimostrare che ancora mi curo della gloria e fiamma tanto nera a luce sottrarre". Può essere giudicato colpevole un amore più forte di ogni sforzo e volontà che il personaggio tenta di opporgli? Fedra è vittima di questo sentimento, assolutamente non artefice. Allora perché rivelare questo amore a Ippolito, facendo scaturire così i conflitti che porteranno a termine la tragedia? Potremmo cercare una risposta nella confessione di Fedra a Ippolito ( II, V ): si sviluppa in crescendo con un processo di identificazione di Ippolito con Teseo, e una Fedra confusa e scossa dice: "Non è morto, non è morto: in voi sento che respira: innanzi agli occhi di vedermi credo sempre lo sposo mio. Lo vedo, la parola gli rivolgo […]". La presunta morte di Teseo, i consigli di Enone non sono sufficienti a giustificare una tale confessione. Poco più avanti è lei stessa a dichiarare che essa non è spontanea, ma è quell'amore dall'origine oscura che controlla le sue azioni. Tra il terzo e quarto atto Fedra accetterà prima il piano di Enone di far ricadere la colpa su Teseo e poi l'accuserà: "Perché l'empia bocca tua accusandolo osò annerirne la vita?". È insomma un personaggio psichicamente perso e sfaccettato, costruito con psicologia raffinatissima, in ormai instabile equilibrio tra gli abissi oscuri che questo amore squarcia in lei.
Fedra è dunque in balia del sentimento che prova pur avendone orrore, pur tentando di reprimerlo, senza averne colpa. Un duplice aspetto, che evoca fantasmi di rimozioni non riuscite, e che vedremo però essere componente naturale dell'amore raciniano in questa tragedia. Lo stesso Ippolito nella sua confessione d'amore ad Aricia afferma: "Contro voi, contro me mi metto a prova invano / Voi presente vi fuggo, voi assente vi trovo". Il suo animo fino ad allora schivo e contrario a legami amorosi, in un attimo ha ceduto allo sguardo d'Aricia. Per sei mesi ha fuggito questa passione, ma: "Luce del giorno o ombra della notte / Tutti gli incanti agli occhi miei ritraccia / Che tento di evitare". Anch'egli è dunque schiavo, non meno di Fedra, dell'amore; sebbene non possa, come invece la protagonista, nutrire sensi di colpa per questo suo sentimento. La confessione di Aricia è molto simile: anche lei donna schiva all'amore, verrà colpita dalla fierezza di Ippolito al non cedere ai legami d'amore. Quasi uno specchio comportamentale, che porta i due personaggi a cercarsi inconsapevolmente. Si evidenzia cioè un amore infinitamente più possente rispetto ai ridicoli tentativi umani di saperlo gestire, allontanare, rimuovere. È un amore che comanda non solo la mente dei personaggi, ma li conduce ad agire sconvolgendo l'ordine delle cose.
Uno spettacolo degno dei più sinceri applausi in tutte le sue componenti: una sceneggiatura d'effetto (con veri flutti d'acqua a sottolineare i cambi di scena) che rispecchia il dibattersi della coscienza della protagonista fra luci e ombre; una regia curata e felice nella scelta di un atto unico che evita allentamenti della tensione drammatica; movimenti scenici che agevolano gli attori sul troppo stretto palco del Carignano. Un solo neo: un Ippolito non all'altezza degli altri interpreti. Se infatti colpisce la potenza della rabbia di Teseo (Luciano Virgilio), l'attenzione ai dettagli psicologici nel tormento di Fedra ( Mariangela Melato ), stupisce altrettanto la presenza di uno spaesato Sergio Romano nella parte d'Ippolito che strascica le sue battute fino al limite della comprensione, e non riesce a dare un'impronta incisiva al suo personaggio, facendolo così apparire debole e incapace, invece che fiero e nobile come disegnato da Racine . Lo spettacolo di riferimento è quello andato in scena dal 5 al 21 novembre al Teatro Carignano di Torino .
Voto
7