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David Batignani
Assolutamente solo
(Uno spettacolo di trasformismo), Prima nazionale di e con David e Mario Batignani. Costumi Talita Carmignani, Camilla Garofano. Collaborazione artistica: Alessandro Libertini, Veronique Nah
Co-produzione Kilowatt Festival 2010, con il sostegno di Compagnia Piccoli Principi, Teatro Comunale di Castiglion Fiorentino/ Festival Visioni., durata 50 mi
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Il tema è forte, presente,
tangibile. O si è padri, o comunque se n’è avuto uno. Volenti o nolenti. Una
lettera al padre, come una confessione, come un ritrovarsi immersi in uno
specchio. David Batignani ed il padre. Uguali, identici, due gocce
d’acqua: baffi, capelli all’indietro, stessa corporatura. Sovrapponibili.
Dietro di loro una cabina, un peep show dove è impossibile sbirciare dentro, un
ascensore per l’inferno, infatti il tessuto è un velluto rosso, come un camerino da grande magazzino dove entri giovane e ne esci
anziano. Uguali, se non nelle rughe. Il gioco visionario e circense, qui
semplice, naif, tutto svelato ed esteriore, riprende la poesia, e la
poetica, del precedente lavoro del performer fiorentino
Caravankermesse. Lì c’era
gioia, tramutata in dolore atroce nel finale, qui ci
sostiene una sorta di desolazione che si colma con il passaggio delle scene,
con i quadri di uscita e trasformismo che si rincorrono. Padre e figlio sul
palco già si erano visti recentemente con Virgilio Sieni al
fianco del genitore ottantenne nel delicato e commovente “Osso”. Qui sulla
scena, vista l’ancora giovane età del padre di Batignani, in forze, si sono visti due uomini, più che pulcino e chioccia, uno la fotocopia dell’altro, che si cambiavano e si
scambiavano d’abito per assomigliare il più possibile l’uno all’altro. Non c’è
trucco, non c’è inganno, ma soltanto la magia della vita che ripercorre le stesse tappe, solca gli stessi anditi. Come se fosse un esperimento di dna e geni, di stesso sangue, tra luci rosse che sanno di proibito, di eccitante. Le mani dell’uno sono il prolungamento dell’altro, la testa è sovrapponibile e scambiabile in un passaggio di dati da download eseguito: “Unica si perpetua la mutabilità”, chiosa la missiva paterna.
Nella vestizione di un manichino c’è la costruzione di una terza via, un Frankenstein,
un uomo nuovo, una miscela che dovrebbe, in sintesi, poter prendere il meglio
del giovane come dell’anziano, della freschezza come della saggezza. Il padre
come avrebbe voluto che fosse stato il figlio, il figlio come avrebbe che fosse stato il padre. Desideri irrealizzabili. Il progetto
fallisce ed il manichino ritorna nei meandri dei
sottoscala dei sogni per lasciare il posto ad un emozionante tango, occhi negli occhi, tra il presente ed il futuro, guidando a turno l’altro verso la vita, il figlio accompagnando il padre verso la vecchiezza, il padre supportando la
progenie senza ombre e senza assilli. Senza abbandonarsi sulla strada dell’esistenza. Una bella iniezione di fiducia contro l’irresponsabilità, il “tartarughismo”, e i bamboccioni. Soundtrack: “Father and son”, Cat Steven. Tale padre,
tale figlio.
Voto
7
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