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Nerval Teatro
Appassionatamente
Regia Maurizio Lupinelli, ideazione scenografica Alessandra Ferrari, disegno luci Filippo Trambusti, costumi Maria Chiara Grotto, direzione tecnica Fabrizio Bellini, assistente alla regia Eugenio Sideri, coordinatrice del progetto Alessandra Rey .Con Michele Bandini, Maurizio Lupinelli, Elisa Pol, Federica Rinaldi, Linda Siano, Cesare Tedesco, drammaturgia Eugenio Sideri, Maurizio Lupinelli. Produzione Armunia, Festival Inequilibrio di Castiglioncello, Regione Toscana, 3bis F di Aix en Provence
Visto a Volterra Teatro (Teatro di San Pietro) il 26 luglio 2010

 




                     di Tommaso Chimenti


C’è un universo nascosto, corrosivo, che abita le pieghe della nostra società, la nostra realtà borghese, anche se tendiamo a metterla ai margini, ritorna a bussare, a chiedere, non si può far finta di niente. E’ il mondo che circola nei testi di Werner Schwab, l’autore austriaco de “Le presidentesse”, messo in scena la scorsa stagione da Massimo Castri, come di “Sterminio”, Premio Ubu per questo al Teatro delle Albe, morto alcolista un capodanno a metà anni Novanta a trentacinque anni. Ci sono figure che si agitano in strane coppie in questo “Appassionatamente” (da “Tutti insieme…”), duetti si affollano, escono dal trolley dell’indifferenza, dal buio nel quale le abbiamo recluse con la cerniera della compassione e della pena, e urlano la loro disperazione. Non hanno né volti né fisici televisivi, sono reietti, scarti, rifiuti, marginali. Siamo tutti borderline, ma alcuni, da fuori, sembrano più “normali” di altri. Maurizio Lupinelli (ha lavorato molti anni con Ermanna Montanari e Marco Martinelli a Ravenna, con quest’ultimo fondatore della “Non-scuola”) guida, con gli occhi iniettati di sangue e la faccia imbiancata da fantasma shakespeariano, questo manipolo miscelato di attori diversamente abili e disagiati, fisicamente e psichicamente (la mente vola all’esperienza di Pippo Delbono), esce allo scoperto soltanto nel monologo finale, duro, deciso, pieno e ruvido, nei suoi lunghi capelli grigi che assomiglia, per costume e lineamenti, all’Amleto dell’ultimo “Hamlice” di Punzo, chiuso nella cella con i canarini. Il gruppo regala umanità espressiva potente e una forza dirompente come i latrati di cani agguerriti (l“Inferno” di Romeo Castellucci) che famelici lottano per la conquista dell’osso, della presenza, della voce, dell’attenzione negata. Abitano tavoli operatori, tavole da obitorio per riposare la fatica del vivere, quell’immensa, immane solitudine e sofferenza ululata e non accolta, straziante bestemmia inascoltata. Un desiderio atavico sbrodolato al vento di cibo da un uomo pingue e barbuto, grida senza sosta “Io ho fame!” che chiede di essere sposato a una ragazza, affetta dalla sindrome down, che mette come unico scoglio l’acquisto di un cane e artisticamente il dialogo continua la propria giostra cadenzata di decibel sempre più alti. Una ragazzina vestita come Cappuccetto Rosso, una bambola interrotta, che chiede, sorridente e lacerante, “Mamma dove sei? Mi vuoi spaventare?”, guardando in alto verso un Dio che l’ha abbandonata, che non si fa sentire o vedere in giro, o ancora una coppia di normodotati che mette in atto un rapporto di dipendenza violenta e rabbia viscerale maschilista. Abbiamo sempre più bisogno di carezze, siamo senza pelle, sguarniti di protezione. Nessuno si salva, nessuno escluso, perché siamo tutti “furfanti, ladri, truffatori, adulteri, ubriachi”. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Voto 7 

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