"Endurance: il nome della nave pare prefigurarne il destino,
indica resistenza, sopportazione. A bordo di Endurance salpa l’equipaggio che
si prefigge di attraccare in Antartide, per poi attraversare con i suoi uomini
il continente a piedi. Da poco il Polo Sud è stato scoperto, una gara
all’ultimo respiro tra una spedizione inglese e una norvegese, al comando
rispettivamente del grande Scott e di Amundsen. Quest’ultimo,
spregiudicato, giunge per primo, dalla disperazione Scott si lascia morire
durante una tempesta di neve, a pochi chilometri dal campo base".
Tornano a frequentare la drammaturgia poetica contemporanea
i Krypton che, dopo aver reso omaggio ai grandi autori teatrali del Novecento, come
Samuel Beckett e
Harold Pinter, si sofferma su Antartide, un’opera di Roberto
Mussapi che debutta in prima nazionale al Teatro Studio di Scandicci
dall’8 febbraio al 17 febbraio 2008. In questi anni, a
dire il vero, Giancarlo Cauteruccio non ha mai tralasciato incursioni nel
contemporaneo. In particolare nell’universo poetico, luogo speciale della
parola, come testimonia l’incontro fra il regista con Mario Luzi (per Opus
Florentinum), con Roberto
Carifi, che per Krypton ha scritto Dino Campana, un poeta in fuga, e con
Marco Palladini (con due testi originali MeDea e Pithagora Iperboreo), questa
volta Cauteruccio ha scelto Mussapi, recuperando Antartide (pubblicato
da Guanda nel 2000), un poema che ha in sé un’intrinseca drammaturgia, un
poema compatto, epico, in cui la poesia è riportata all’antico ruolo di
narrazione di miti nati dalla storia.
È il 1901. L'uomo occidentale, che ha esplorato e conquistato quasi
tutte le terre e i mari del mondo, si avventura nell'ultimo continente
inesplorato, la mitica Antartide, di cui si favoleggia dal tempo dei greci e a
cui si sono avvicinati nei secoli i grandi navigatori. Ma quando finalmente lo
raggiunge, comprende che l'ultimo continente è solo ghiaccio e allucinante
biancore. Questa è la conquista con cui si apre il nostro secolo: il nulla.
"L’impresa di conquista si è trasformata nel sogno del
ritorno, che avverrà, senza perdite umane, grazie alla solidarietà che la
forzata, letargica immersione nel bianco inverno di ghiaccio ha suscitato nel
cuore degli uomini – spiega Roberto
Mussapi -. Il neonato secolo del Nulla (Antartide, il continente senza
vita, la terra della morte, è scoperto nel 1901), che imprigiona i suoi novelli
argonauti, è però solcato dalla loro umana resistenza alle forze annichilenti.
La voce di Tom Crean racconta la resistenza di quell’equipaggio, la volontà del
ritorno, la riscoperta della vita nel gelo della mortale tenaglia del ghiaccio".
La conquista dell’Antartide diventa metafora della
condizione e della crisi dell’uomo del XX secolo.
Partiti con l’Endurance, Sir Ernest Shackleton e il suo
equipaggio, per poi effettuare la traversata a piedi del Polo Sud, si trovano
stretti nella morsa di una quantità immensa di ghiaccio, nell’immobilità,
nell’inerzia allucinatoria, nel freddo e nell’oscurità. Tra racconto e visione,
tra cronaca e memoria si articola il monologo che ha per protagonista una Voce
Narrante, la voce di Thomas Crean, il comandante in seconda, incarnato da Virginio Gazzolo in
un’impegnativa prova d’attore.
L’arrivo della notte polare, le cacce a foche e pinguini, le
rappresentazioni a bordo, il cane di nome Shakespeare, il dramma della
sopravvivenza dell’equipaggio, l’ansia del ritorno, la solidarietà tra i
personaggi, dettagli trasfigurati dalla fantasia dell’autore, concorrono alla
creazione di un crescendo visionario, in cui la parola arriva ad una musica
mentale.
La vicenda profondamente umana di Shackleton, di Crean e del
loro equipaggio è lo specchio del rapporto tra la conoscenza della natura e
ricerca scientifica. La moderna odissea e la forte visività del testo esaltano
la vocazione spaziale e magica della messinscena di Cauteruccio. Il bianco
assoluto - terra senza vita, deserto del Polo - accoglie il racconto del
viaggio. Il protagonista agisce tra geometrie primarie che richiamano la
dirompenza dell’opera monocromatica di Fontana, lì dove i tagli diventano
lacerazioni del bianco. E dalla luce abbacinante del ghiaccio emergono le
immagini scattate da Frank Hurley, il fotografo di bordo. Lo spettacolo si
chiude sulle note della celebre canzone di Franco
Battiato, appunto Shakleton,
che dieci anni fa ha raccontato quest’avventura traducendola in una visione
epica di grande respiro.
"Nel bianco disanimante, nel silenzio disperante del
ghiaccio (di ghiaccio è il fondo dell’Inferno di Dante, non di fuoco), la voce del comandante in seconda,
del narratore, dell’attore, rievoca la vita, riporta in scena la memoria e la
sua capacità di salvare il presente. La voce, la memoria, infatti, non salvano
soltanto il passato che rievocano, ma grazie a quel passato, grazie al fatto di
parlare e sopravvivere, rendono vero il presente, vero cioè suscettibile di
epifanie, visioni, fertile terra di possibili accadimenti".
Voto
7 ½