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Compagnia teatrale Krypton
Antartide o dell’immersione nel bianco
Di Roberto Mussapi, regia Giancarlo Cauteruccio, con Virginio Gazzolo, scene Loris Giancola e Mirko Greco, costumi Massimo Bevilacqua, luci Trui Malten
In prima nazionale al Teatro Studio di Scandicci dall’8 febbraio al 17 febbraio 2008

 




                     di Giovanni Ballerini


"Endurance: il nome della nave pare prefigurarne il destino, indica resistenza, sopportazione. A bordo di Endurance salpa l’equipaggio che si prefigge di attraccare in Antartide, per poi attraversare con i suoi uomini il continente a piedi. Da poco il Polo Sud è stato scoperto, una gara all’ultimo respiro tra una spedizione inglese e una norvegese, al comando rispettivamente del grande Scott e di Amundsen. Quest’ultimo, spregiudicato, giunge per primo, dalla disperazione Scott si lascia morire durante una tempesta di neve, a pochi chilometri dal campo base".

Tornano a frequentare la drammaturgia poetica contemporanea i Krypton che, dopo aver reso omaggio ai grandi autori teatrali del Novecento, come Samuel Beckett e Harold Pinter, si sofferma su Antartide, un’opera di Roberto Mussapi che debutta in prima nazionale al Teatro Studio di Scandicci

dall’8 febbraio al 17 febbraio 2008. In questi anni, a dire il vero, Giancarlo Cauteruccio non ha mai tralasciato incursioni nel contemporaneo. In particolare nell’universo poetico, luogo speciale della parola, come testimonia l’incontro fra il regista con Mario Luzi (per Opus Florentinum), con Roberto Carifi, che per Krypton ha scritto Dino Campana, un poeta in fuga, e con Marco Palladini (con due testi originali MeDea e Pithagora Iperboreo), questa volta Cauteruccio ha scelto Mussapi, recuperando Antartide (pubblicato da Guanda nel 2000), un poema che ha in sé un’intrinseca drammaturgia, un poema compatto, epico, in cui la poesia è riportata all’antico ruolo di narrazione di miti nati dalla storia.

È il 1901. L'uomo occidentale, che ha esplorato e conquistato quasi tutte le terre e i mari del mondo, si avventura nell'ultimo continente inesplorato, la mitica Antartide, di cui si favoleggia dal tempo dei greci e a cui si sono avvicinati nei secoli i grandi navigatori. Ma quando finalmente lo raggiunge, comprende che l'ultimo continente è solo ghiaccio e allucinante biancore. Questa è la conquista con cui si apre il nostro secolo: il nulla.

"L’impresa di conquista si è trasformata nel sogno del ritorno, che avverrà, senza perdite umane, grazie alla solidarietà che la forzata, letargica immersione nel bianco inverno di ghiaccio ha suscitato nel cuore degli uomini – spiega Roberto Mussapi -. Il neonato secolo del Nulla (Antartide, il continente senza vita, la terra della morte, è scoperto nel 1901), che imprigiona i suoi novelli argonauti, è però solcato dalla loro umana resistenza alle forze annichilenti. La voce di Tom Crean racconta la resistenza di quell’equipaggio, la volontà del ritorno, la riscoperta della vita nel gelo della mortale tenaglia del ghiaccio".

La conquista dell’Antartide diventa metafora della condizione e della crisi dell’uomo del XX secolo.

Partiti con l’Endurance, Sir Ernest Shackleton e il suo equipaggio, per poi effettuare la traversata a piedi del Polo Sud, si trovano stretti nella morsa di una quantità immensa di ghiaccio, nell’immobilità, nell’inerzia allucinatoria, nel freddo e nell’oscurità. Tra racconto e visione, tra cronaca e memoria si articola il monologo che ha per protagonista una Voce Narrante, la voce di Thomas Crean, il comandante in seconda, incarnato da Virginio Gazzolo in un’impegnativa prova d’attore.

L’arrivo della notte polare, le cacce a foche e pinguini, le rappresentazioni a bordo, il cane di nome Shakespeare, il dramma della sopravvivenza dell’equipaggio, l’ansia del ritorno, la solidarietà tra i personaggi, dettagli trasfigurati dalla fantasia dell’autore, concorrono alla creazione di un crescendo visionario, in cui la parola arriva ad una musica mentale.

La vicenda profondamente umana di Shackleton, di Crean e del loro equipaggio è lo specchio del rapporto tra la conoscenza della natura e ricerca scientifica. La moderna odissea e la forte visività del testo esaltano la vocazione spaziale e magica della messinscena di Cauteruccio. Il bianco assoluto - terra senza vita, deserto del Polo - accoglie il racconto del viaggio. Il protagonista agisce tra geometrie primarie che richiamano la dirompenza dell’opera monocromatica di Fontana, lì dove i tagli diventano lacerazioni del bianco. E dalla luce abbacinante del ghiaccio emergono le immagini scattate da Frank Hurley, il fotografo di bordo. Lo spettacolo si chiude sulle note della celebre canzone di Franco Battiato, appunto Shakleton, che dieci anni fa ha raccontato quest’avventura traducendola in una visione epica di grande respiro.

"Nel bianco disanimante, nel silenzio disperante del ghiaccio (di ghiaccio è il fondo dell’Inferno di Dante, non di fuoco), la voce del comandante in seconda, del narratore, dell’attore, rievoca la vita, riporta in scena la memoria e la sua capacità di salvare il presente. La voce, la memoria, infatti, non salvano soltanto il passato che rievocano, ma grazie a quel passato, grazie al fatto di parlare e sopravvivere, rendono vero il presente, vero cioè suscettibile di epifanie, visioni, fertile terra di possibili accadimenti".

Voto 7 ½ 

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