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Abito
Ispirato a Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa
Regia Roberto Bacci e Anna Stigsgaard, con Elisa Cuppini, Savino Paparella, Francesco Puleo, Tazio Torrini, coro in bicicletta Valentina Bechi, Alice Casarosa, Chiara Coletta, Simone, Evangelisti, Julia Filippo, Alice Maestroni, Marco Picello, Irene Rametta, Silvia Tufano, Cristina Valota, Sara Morena Zanella. drammaturgia Stefano Geraci e Roberto Bacci, arrangiamenti Musicali Anna Stigsgaard e Clio Gaudenzi, training fisico Clio Gaudenzi, preparazione e direzione fisica del coro Elisa Cuppini, scene e costumi Márcio Medina, realizzazione Patrizia Bonicoli, creazione luci Fabio Sajiz, allestimento tecnico Stefano Franzoni e Giovanni Berti
Produzione Fondazione Pontedera Teatro, 20, 21, 22, 23 ottobre 2010 e dal 27 novembre al 4 dicembre 2010, Teatro Era, Pontedera

 




                     di Tommaso Chimenti


E’ come vedere un atomo. Un disegno di un atomo, di quelli per capire meglio la fisica quantistica. Roba di pieni e improvvisamente di vuoti, come un magma che si forma, una Pangea, per poi liquefarsi, dissolversi, sbriciolarsi, frammentarsi, frantumarsi in mille pezzi che, successivamente, come attratti da una calamita interiore, tornano ad avvicinarsi violentemente, creando nuovo scompiglio. Il coro di dodici biciclette, orchestrali e stuntman (quattro mesi di prove in produzione), che vorticano paurosamente intorno al protagonista sono l’effetto scenico-estetico che più ritorna, ricorre, si ricorda all’uscita a fianco, in contrasto con un testo più volte tortuoso come una curva di montagna, nebuloso e cupo. Cadute da labirintite, aritmie da mal di mare corredate da canzoni popolari lusitane, nenie che traballano come fiammelle di fiaccole appese al vento della sera su un balcone con vista sulla funicolare in salita. Dona velocità e caos tintinnante, confusione e perdita, le stesse qualità che si assommano nelle mente spaurita di quest’uomo grigio foloniano che un giorno, senza un perché, si sdoppia, uscendo dal suo “Abito” usuale. Rimane in un pigiama a righe che tanto ricorda lo stereotipo del carcerato, barricato dentro quel sé a lui sconosciuto. La Lisbona di Pessoa è, nella versione drammaturgica di Geraci e nella trasposizione registica di Bacci, altamente frangibile, fatta di rimandi e riflessi psicanalitici. Dentro e fuori, dal corpo, dal ruolo, dalla persona, dal teatro. E tutto diviene metafora della mente, come un’invenzione inquietante. E’ l’anatomia, l’alfabeto, la geometria, la geografia, lo spelling di un corpo, smontato dall’interno e derubricato. Sogni ed incubi materializzati che ruotano nel traffico come squali impazziti sulla goccia di sangue, come iene ululanti, in una trance agonistica centripeta, a chiudere i recinti, a formarne di nuovi. Un uomo (Savino Paparella, qui meno fisico che in Mutando riposa e quindi con le ali tarpate) ed il suo doppio- alter ego (Tazio Torrini, voce da baritono in un amplomb da mormone) prima si staccano, poi si accarezzano, fino a distanziarsi irrimediabilmente, divenendo l’uno il nemico dell’altro. Il capopolo, Lucignolo e Pifferaio magico, Diavolo tentatore, mellifluo e seducente, è il convincente Francesco Puleo, dal sorriso mefistofelico e dalla corsa scattante. Diventa un musical con i canti di litanie e le coreografie di pedali e ruote e raggi che sembrano passi di danza, un liscio tangato avvinghiato ai manubri, scampanellando di frenate. E’ una processione funebre verso l’epilogo, un accompagnare scanzonato ballando tra materia e ombra, tra coscienza e anima: “Si rimetta la sua vita d’ordinanza, viviamo tutti travestiti”. Un corteo nero, ma dai calzini rossi, come i velocipedi laccati di pece ma sbertucciati che mostrano patacche sottopelle scarlatte mal coperte e mal celate. E’ inutile seppellire il nostro vero essere, coprire il fuoco con la cenere, tappare la bocca del vulcano, esploderà soltanto in un fragore maggiore.

Voto 7 

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