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Una tazza di mare in tempesta,
Di e con Roberto Abbiati
Con Roberto Abbiati e Luca Salata e Alessandro Calabrese, musiche e registrazioni a cura di Fabio Besana, scenografie costruite nei laboratori di scenotecnica di Armunia
Visto il 29 luglio 2010 alle Scuderie del Palazzo comunale per il Festival Estate a Radicondoli
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"Gente di mare che se ne va dove gli pare, dove non sa, gente
che muore di nostalgia, ma quando torna dopo un giorno muore per la voglia di
andare via” (Gente
di mare”, Tozzi, Raf);
"Mare, mare sai che ognuno ha il suo mare dentro al cuore, e che ogni tanto gli fa sentire l’onda, sai che
ognuno ha i suoi sogni da inseguire” (“Mare, mare”, Luca Carboni);
“Onda su onda il mare mi porterà alla deriva in balia di una
sorte bizzarra e cattiva, mi sto allontanando ormai, la nave è una lucciola
persa nel blu, mai più ritornerò”. (“Onda su onda”, Paolo Conte);
“Il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto
alla tv. Qui non viene mai nessuno a trascinarmi via, nessuno a farci compagnia.
Non ti posso guardare così, perchè questo vento agita anche me” (“Il mare
d’inverno”, Enrico
Ruggeri);
“Ci vorrebbe un mare dove
naufragare, come quelle strane storie di delfini che vanno a riva per morir
vicini e non si sa perché” (“Ci vorrebbe il mare”, Marco Masini).
Come ridurre un capolavoro
corposo, schiacciare un tomo impegnativo come il “Moby Dick” di Melville, pressare
le centinaia di pagine in un quarto d’ora senza perderne una goccia, visto che qui si tratta di mare, d’acqua e salsedine, di
intensità e poesia. L’operazione compressione ricorda, in stilemi differenti, i
“Promessi sposi” in dieci minuti degli Oblivion.
Venti spettatori alla volta entrano in una casetta di legno (ossimoro e
paradosso perché ha le sembianze di un rifugio montano, di una baita alpina)
che ben presto si trasforma in una stiva, una cambusa sottocoperta dove oggetti
di vita familiare, quotidiana e domestica assumono significati e ruoli diversi:
un acchiappino si trasforma in un veliero, una gruccia è la carena di una baleniera,
una pipa diventa lo scafo di una nave, mestoli in bastimenti, pentole in
vascelli, credenze che aprono le proprie ante come le ali di un sipario di pupi
o burattini. Dalle pareti filtra una luce blu, in audio le onde sbattono con
violenza la loro forza da tempesta perfetta. Siamo dentro questa “tazza”
sballottati dalle parole di Roberto Abbiati, baffoni e cappello che pare l’autoritratto di Van Gogh, con questo suo lavoro
datato ma sempre poetico, elegante, raffinato e delicato. Una piccola chicca, come entrare al Luna Park in una casa con nuove regole,
intuitive ma tutte da imparare. Gocciola acqua dal soffitto, la luce va e viene, Abbiati si affaccia dalle varie finestrelle
e pertugi nel legno raccontando la storia del capitano Achab (ricordiamo il recente Albertazzi nella regia di Latella)
e soprattutto di Ismaele. Si muove nella sua cerata lunga e lucida che viene il
mal di mare a guardarlo, che la nausea è ad un passo dal compiersi. E’ un
teatro povero, ma zeppo d’inventiva, pieno di
immaginazione, dove ogni oggetto assume un significato altro, una diversa
collocazione nello spazio fisico e nella mente. E gli utensili sono casalinghi proprio perché ognuno ha la sua balena bianca da
inseguire, le sue ossessioni da raggiungere, le proprie manie che non lo fanno
dormire sereno, un’ombra da cercare, la caccia di un motivo per vivere. Come i
suonatori del Titanic mentre sta affondando, rimaniamo attoniti, sbigottiti,
stupiti, ammirati ed ammaliati ad ascoltarlo. Almeno per un po’ abbiamo
navigato insieme.
Voto
7
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