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Rem & Cap
Ineffabile
Scritto e diretto da Riccardo Caporossi, con: Daniela Arcaro, Andrea Arduini, Tiziana Amicuzi, Francesca Bini, Daniela Bonfatti, Alessandro Caruso, Andrea Cardinali, Valentina D’Angelo, Alessandro De Feo, Maria Faiella, Emanuela Giglio, Mirko Gaetani, Ilaria Liberatore, Maria Concetta Liotta, Manzoni Maria Vittoria, Celeste Marciano, Emanuele Mariani, Carmen Morelli, Giada Oliva, Giulia Pulicani, Flavia Passigli, Giorgia Riccio, Manuela Taggi, Francesco Tasselli, Raffaele Vermiglio, coordinamento ritmico e musiche Sergio Quarta, luci: Nuccio Marino.
to al Teatro della Pergola il 7 novembre 2010

 




                     di Tommaso Chimenti


In un silenzio assordante, ancestrale, una figura nera, un’ombra della sera etrusca, filiforme, da sicario, da serial killer, da assassino, da V per vendetta, si aggira tra cumuli, macerie bianche. Sono sacchi – feticci (ricordate il loro “Sacco” del ’73?) chiusi come un bocciolo. Altra citazione cara a Rem & Cap: sulla destra della scena stanno due sacchi, spostati in avanti: riecheggiano gli anziani genitori di Hamm in “Finale di partita”. Dalla iuta- gusci candidi, bozzoli da Cocoon spuntano delle mani che si muovono come girasoli cercando la luce buia del Padrone che passeggia con tanto di bastone. Prendono vita, sbocciano, pulcini che rompono l’uovo di calcare, feti che finalmente annusano l’aria, si lasciano la placenta alle spalle. Le campane suonano a morto. Escono, si animano, cominciano a vivere una volta fuori dalla loro borsa, dal marsupio da canguro, dalla loro culla e incubatrice, dal loro limbo d’attesa. Sono pronti per la vita. Il sacco ripiegato diventa quindi sciarpa e cappio, pietra al collo, fardello da portarsi come croce sulla schiena, diventa il peso, il nome della famiglia, il cognome, la memoria, il peccato originale, la morte che incombe nell’incedere della vita. E’ l’esistenza in piccole scaglie quella che mettono in scena Rem & Cap, creatori di grandi immagini e coreografie collettive per innumerevoli attori (fino oltre venti giovani con una buona amalgama soprattutto nel canto e nelle sezioni musicali dal vivo). Sono esseri umani che inciampano e si rincorrono in un rito funebre continuo, costellazione di dolore e perdita, una processione di canti tribali e natalizi. Sono tutti Gesù con le loro fatiche da farsi perdonare. Sono nati, adesso sono, ci sono, esistono, danzano fino al termine della musica. Si chiudono e si aprono come steli d’anemoni di mare, rintanati all’interno come pesci pagliaccio. Nessuno se ne può allontanare, il gruppo lo riprende, lo riavvolge nel ventre come la colonia di pinguini a proteggersi. Tre grandi scale portano in alto come Torri di Babele, che non portano da nessuna parte. Scendono scalette di corda e legno per aiutare i temerari. Ma sono troppo lontane e distanti e non riescono ad afferrarle. Dio c’è, ma non può aiutarci nel nostro passaggio. Altri provano la scalata senza riuscire nell’impresa che genera soltanto delusione e frustrazione mentre dall’alto calano e colano oggetti: bastoni e ombrelli appesi, una pentola come fonte battesimale, una pistola che ricorda quella beckettiana di Winnie, un osso da “2001 Odissea nello spazio”, un cannocchiale galileiano, la Ragione, del pane che non placherà la fame. Tutto è irraggiungibile, inarrivabile, inafferrabile. E’ la manna di Dio che non riesce a giungere a terra, che non sfama, non ristora. Scendono ancora una corda per evadere di lenzuola e nodi per un nuovo Papillon, un uovo del dilemma atavico, il cestino di provviste di Biancaneve per affrontare il bosco, ganci da macelleria come in “Un uomo chiamato cavallo”. L’esistenza è inesprimibile, indicibile, indescrivibile, indefinibile, incomunicabile, inspiegabile, inenarrabile.

Voto 7½  

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