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Intervista a Goran Paskaljevic, regista di
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  16/11/2018 - 06:26

 

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Goran Paskaljevic
Il regista di “Come Harry divenne un albero”
L’autore de “La polveriera” si racconta

 

                      di Paolo Boschi



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Come è nato il suo amore per il cinema?
A quindici anni volevo diventare un pittore, ma non è stato possibile. Ho iniziato ad amare il cinema frequentando la Cinemateque di Belgrado: mio padre era impiegato lì e mi ha offerto un lavoretto. E’ lì che mi sono innamorato di un film che mi ha fatto scoprire il neorealismo italiano, Ladri di biciclette. In seguito alla fine degli anni Sessanta ho studiato a Praga, dove all’epoca si trovava la miglior scuola di cinema d’Europa: a Praga ho vissuto il Sessantotto ed ho avuto come professori personaggi come Milan Kundera e Milos Forman, ovvero uomini che insegnavano cinema ma non avevano smesso di fare cinema, e consentivano ai loro studenti di vivere il cinema dall’interno. Poi sono tornato a Belgrado ed ho trovato una situazione molto diversa da quella che avevo lasciato anni prima: ho cominciato a girare alcuni documentari, circa trenta, e quindi sono passato a cortometraggi e lungometraggi, partecipando a vari festival, Venezia, Cannes. Negli ultimi sette anni non ho vissuto a Belgrado perché ero apertamente contro Milosevic, e lo dichiaravo. Venivo soltanto quando c’erano manifestazioni contro di lui. Credevo che non fosse giusto stare a Parigi e schierarmi contro Milosevic e poi non esserci quando c’erano manifestazioni. Dopo La polveriera sono stato attaccato duramente dalla stampa locale, tanto che ho avuto paura di rimanere a Belgrado: per questo me ne sono andato e sono venuto a Roma, perché all’epoca se la Signora Milosevic attaccava qualcuno, dopo tre giorni il suo bersaglio veniva ucciso. La situazione era davvero terribile.
Come è nata l’idea di girare in Irlanda il suo ultimo film?
A Roma ho incontrato Riccardo Tozzi e con lui ho riflettuto riguardo a Come Harry divenne un albero, la storia di un personaggio che si sceglie un nemico da odiare ferocemente: non sapevo se dovevo fare questo film o abbandonare il cinema ed attendere tempi migliori. Riccardo mi ha incoraggiato a girarlo comunque perché questa storia, tratta da una fiaba cinese, gli sembrava molto bella. Dopo due mesi ho capito che dovevo fare questo film in Irlanda, che è un paese che conosco e di cui amo molto la cultura: ho trovato una situazione molto simile a quella della Serbia, anche la storia dell’Irlanda è segnata dalla violenza e dalla resistenza a nemici molto forti. Le persone si aspettavano da me un seguito de La polveriera, mentre invece il mio ultimo film ha un ritmo decisamente diverso, per me la forma è qualcosa che viene dopo, comunque.
Un film girato in Irlanda, diretto da un regista serbo ed ispirato da una favola cinese: come ha fatto ad amalgare questi ingredienti così diversi?
Se non si sa chi lo ha diretto si può scambiarlo per una pellicola irlandese, ed io sono molto contento che in Irlanda Come Harry divenne un albero sia stato un film molto amato e sia stato scelto tra i primi dieci migliori film irlandesi contemporanei. A me non piacciono granché i film giocati interamente su mescolanze etniche: io credo che l’importante sia unire le varie componenti restando onesti, in questo sono stato aiutato da un grande cast. Per esempio, l’autore delle musiche del film è italiano, ma la colonna sonora ha un inconfondibile sapore irlandese perché il musicista ha cercato di entrare nello spirito della musica di questa terra.
Come ha scelto il protagonista, il dinamico Colm Meaney?
Prima di girare ho visto l’intera produzione irlandese degli ultimi dieci anni perché non ero sicuro di riuscire a dirigere un film irlandese. Ma ho pensato a Colm Meaney dall’inizio: in quel periodo Meaney lavorava in Canada ed aveva visto soltanto La polveriera, che negli Stati Uniti ha avuto un discreto successo, l’ho contattato e ci siamo incontrati a cena a Chicago. L’ho trovato subito molto simpatico, tra l’altro ha voluto pagare lui la cena, cosa che non succede molto spesso. Poi ci siamo ritrovati alle quattro di mattina in un pub irlandese della città ed ho bevuto con lui qualcosa come diciassette whisky, anche se in realtà non bevo molto; alla fine Meaney mi ha detto: “Ora anche tu sei un vero irlandese”. Quasi sicuramente gireremo un altro film insieme.

Voto 7+ 

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